
Per anni, anzi per decenni, i popoli europei, dalla fine della seconda guerra mondiale con il suo lascito di morte e distruzione, si sono sentiti protetti dall’ombrello americano che costituiva un baluardo sicuro e affidabile contro ogni velleitarismo sovietico. L’America era, ed era sempre stata considerata, il nostro “grande fratello” d’oltre Atlantico, pronta a intervenire qualora la vecchia Europa avesse avuto bisogno del suo aiuto. Ma questo accadeva prima della rielezione del Tycoon Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Da quel momento tutto è cambiato. Sono cambiati gli equilibri mondiali, da quando Putin, violando tutte le leggi del suo paese, è stato rieletto presidente della confederazione russa per la quinta volta, non tenendo in nessun conto che la Costituzione russa prevede non più di due mandati presidenziali. Questo lo ha inesorabilmente spinto sulla via della dittatura, evento che nel 2000, quando fu eletto per la prima volta, nessuno pensava che sarebbe successo. Da quel momento Putin ha svelato la sua vera essenza, facendo esplodere una guerra dietro l’altra. La prima in Cecenia nel 2000, poi la Georgia, la Crimea, il Donbass, la Siria e dal 2022 l’Ucraina.
Come ci dice in un’intervista Abbas Galljamov, ghostwriter di Putin nei primi anni della sua presidenza: “Allora nessuno ci avrebbe creduto, Putin compreso. Era un buon manager. Molto razionale, attento. Nessuno avrebbe mai creduto che sarebbe diventato un dittatore che avrebbe cercato di governare il paese a vita, che avrebbe iniziato una guerra dopo l’altra e ucciso centinaia di migliaia di persone, che avrebbe scatenato repressioni mai viste dai tempi di Stalin. Allora il suo governo era problematico, ma era comunque democratico. Oggi non solo è un regime autoritario ma ha iniziato a trasformarsi in un regime totalitario”. Non vi è dubbio che l’Europa, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della “guerra fredda”, pensava di non aver più motivi di preoccupazione dal lato orientale del continente e quindi non aveva motivo di preoccuparsi di ciò che accadeva ai confini con l’Ucraina. Tristemente, ha dovuto ricredersi ed ecco perché adesso il discorso europeo, cosa che prima non ci sarebbe nemmeno passata per la mente, ha aperto un acceso dibattito sul riarmo e sulla protezione dei suoi confini orientali dal despota russo.
Può sembrare incredibile, ma i vertici europei considerano così probabile un attacco russo all’Europa che è stato stilato un documento che prevede un vero e proprio kit di sopravvivenza, con acqua, viveri, medicine, per resistere almeno tre giorni. Settantadue ore per non morire in caso di guerra, di disastro naturale o di qualunque altro stato di crisi. Questo documento, presentato il 26 marzo, contiene i consigli alle famiglie. Ed è un’esortazione che l’Unione Europea lancia alle famiglie: “dotarsi di una scorta in caso di crisi e per tenere duro senza aiuti esterni”. È un quadro desolante quello che si presenta ai cittadini europei, e l’esecutivo europeo è convinto che «in un contesto di aumento dei rischi naturali e antropogenici (cioè di origine umana) e di deterioramento delle prospettive di sicurezza per l’Europa, è urgente che l’Ue e i suoi Stati membri rafforzino la loro preparazione», e soprattutto irrobustiscano la «resilienza dell’Europa di fronte alla violenza armata che potrebbe essere messa alla prova in futuro». Non c’è dubbio che queste indicazioni siano il prodotto della guerra in Ucraina e delle minacce russe e si inseriscano in un quadro più ampio di risposte che passa dal riarmo fino alla difesa delle infrastrutture.
Ma questo non è il solo scenario di crisi che le autorità europee prefigurano, considerandolo una possibilità nemmeno tanto remota. Adesso, anche dall’altra parte dell’Atlantico, dove c’era la superpotenza mondiale degli Stati Uniti, che con la Nato avrebbe provveduto immediatamente a soccorrere in caso di bisogno i paesi europei, abbiamo un personaggio che sarebbe quasi da barzelletta se non si trattasse di cose troppo serie per poterne ridere. Possiamo dire, facendo gli opportuni distinguo, che oltre Atlantico abbiamo un fratello gemello di Putin. Entrambi dominati da un’ambizione sfrenata, entrambi incuranti dei trattati internazionali, entrambi decisi ad allungare le mani su altri paesi per ricavarne maggiori spazi territoriali e riserve di minerali utili alla loro difesa. La Groenlandia è indignata dal sentire che il Presidente americano le ha messo gli occhi addosso, così come lo è il Canada dove il 23 marzo il nuovo primo ministro canadese Mark Carney ha annunciato che il 28 aprile si svolgeranno le elezioni legislative anticipate, sostenendo di aver bisogno di un “mandato forte” per affrontare le minacce del presidente statunitense Donald Trump. Le relazioni tra i due paesi, alleati storici, si sono deteriorate da quando Trump ha lanciato una guerra commerciale contro Ottawa e dichiarato più volte che il Canada dovrebbe diventare “il cinquantunesimo stato americano”. Le tensioni bilaterali hanno spinto Carney, il cui Partito liberale non ha la maggioranza in Parlamento, ad anticipare di qualche mese le elezioni, che dovevano essere indette entro ottobre. Nemmeno nelle previsioni più fosche ci si sarebbe potuti attendere da un primo ministro del Canada dichiarazioni del genere: «Chiedo ai canadesi un mandato forte per affrontare il presidente Trump», ha affermato il 23 marzo il Premier, che ha sostituito Justin Trudeau pochi giorni fa. «Trump vuole prima distruggerci e poi inglobarci, ma non glielo permetteremo», ha dichiarato. «È il periodo più difficile nella storia del Canada, e dobbiamo reagire rafforzando la nostra economia e la nostra sicurezza», ha aggiunto, precisando che non incontrerà Trump finché quest’ultimo non mostrerà un po’ di rispetto. Incredibile ma vero, se consideriamo che fra le ambizioni territoriali di Trump c’è anche il vitale canale di Panama che i cinesi intendono sottrarre alla mire espansionistiche di Trump, costituendo così un altro focolaio di tensione in quella parte del mondo.
Ma ciò che ha lasciato veramente scioccati gli europei è l’aver saputo direttamente dai vertici USA qual è la loro opinione sul conto degli “alleati” europei. Siamo stati definiti “parassiti” e “scrocconi”. Concetto fortemente ribadito dal vice presidente J.D. Vance che, citando Trump, ha detto: «Sono d’accordo con lui, sono dei parassiti, lo sono stati per anni». Così adesso l’Europa sa con certezza cosa pensa in privato l’amministrazione Trump. Parole, queste, che hanno creato non solo profondo imbarazzo, rabbia e sorpresa in Europa, ma anche negli stessi Stati Uniti nell’apprendere che oltre a Vance anche il segretario alla difesa Pete Hegseth ha parlato di «odio e disgusto» verso l’Europa, ai quali, per rincarare la dose, si è unito il Presidente che ha detto: «Penso che gli europei siano dei parassiti». Come riferisce Massimo Basile da New York, anche negli stessi Stati Uniti il caso crea imbarazzo. Il rappresentante repubblicano del Nebraska Don Bacon ha bocciato quelle parole, dicendo: «il modo in cui odiamo l’Europa è imbarazzante». Ma c’è di più, ed è il fatto che quest’odio e disgusto per il vecchio continente sta prendendo forma concreta perché, in un recente podcast, l’inviato per il Medio Oriente e l’Ucraina, Steve Wiktoff, ha sostenuto la possibilità che le economie del Golfo possano rimpiazzare quelle europee, in quanto sono molto più potenti. «L’Europa di oggi è disfunzionale» ha aggiunto. E il conduttore Tucker Carlson, grande amico di Trump, ha risposto: «Sarebbe buono per il mondo perché l’Europa sta morendo». Non v’è dubbio che tutto ciò rivela una mai sopita e marcata avversione all’Europa, che spesso tracima in un’eurofobia che ha radici profonde nella cultura politica statunitense e che è diventata ormai un vessillo della nuova destra repubblicana.
E se volessimo una conferma che quelle di questi personaggi non sono parole al vento o “voce dal sen fuggita”, basta rileggere le dichiarazioni del Vicepresidente di pochi giorni fa alla conferenza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più per l’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno – ha affermato Vance -. Quello che mi preoccupa è la minaccia interna, il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali, valori che sono condivisi con gli Stati Uniti d’America».
Certo, suona un po’ grottesco che sia un repubblicano di ferro a parlare di perdita dei valori da parte dell’Europa, con l’America rimasta sola a difenderli, con un’amministrazione che sta stravolgendo quasi ogni aspetto della vita civile americana: dalla lotta contro il cosiddetto “gender”, alla rivalutazione dei “valori cristiani” da lui difesi e propugnati in quanto “cristiano rinato”, alla convinzione che solo la razza bianca è quella che ha il diritto di preminenza su tutte le altre, in particolar modo su quelle di colore, a tal punto che sembra di ritornare ai tempi della Capanna dello zio Tom e al rinascere del famigerato Ku Klux Klan, che sembrava morto e sepolto, ma che invece con Trump ha ripreso vigore e arroganza, all’erezione di barriere ai confini per impedire l’ingresso a gente bisognosa d’aiuto, all’abolizione dei programmi di assistenza Usaid che lasciano milioni di persone senza cure mediche e assistenza umanitaria. Forse c’è una lezione che noi europei possiamo imparare da tutto questo, invece di disperderci in una babele di cori contrastanti che si sovrappongono e si contraddicono, rendendo i cittadini sempre più confusi e perplessi e non in grado di capire qual è il vero oggetto della contesa. L’aumento delle spese militari renderà noi europei meno parassiti? Lo si spera. Ma non per compiacere gli americani, bensì per riacquistare la dignità perduta nell’ultimo secolo a sovranità limitata. Quante volte ci siamo detti al bar, così come in consessi più aulici, che alla fine in casa nostra comandano solo gli americani? Non ci siamo mai chiesti sul serio perché. Certo, ci hanno salvati per due volte in 30 anni in altrettanti conflitti da noi scatenati. Tuttavia, il punto è che abbiamo demandato loro la nostra sicurezza con il cappello in mano. Nessuno manda i suoi figli a rischiare la vita senza pretendere nulla in cambio, e adesso l’America ci presenta il conto, piuttosto salato. Anziché arrabbiarci, da quelle chat rivelatrici fuoruscite dalle stanze segrete del Pentagono dovremmo trarre la consapevolezza su come siamo percepiti nel mondo: come una potenza di serie B. Ecco perché è più che mai necessario che il piano di procedere ad una vera unione politica e militare dell’intera Europa e non dei singoli Stati si fa vieppiù cogente e perdere altro tempo non farà che indebolirci agli occhi del mondo e di noi stessi.