
Dio, Patria e Famiglia, è questa la santissima trinità della destra, e non solo in Italia, se teniamo conto di quante volte Donald Trump, nel corso della sua campagna elettorale, ha chiamato in causa Dio definendolo, in pratica, uno dei suoi più accesi sostenitori. Non gli è da meno il Trump italiano in sedicesimo, tale Matteo Salvini, che per precauzione ci ha aggiunto anche la Madonna, del cui culto egli è un devoto indefettibile. In quanto alla Patria, poi, sin dai tempi del glorioso Risorgimento non si erano mai visti difendere il suolo italico tanti “patrioti”, a cominciare da Vannacci, ma, di certo, il più strenuo difensore è il soggetto di cui sopra, che è pronto a offrire il petto a difesa del sacro suolo che ogni giorno rischia d’essere invaso. Lui difende i “confini della Patria” e guai a chi si oppone, tanto meno dei giudici “comunisti”, definiti offensivamente ayatollah da Andrea Del Mastro, sottosegretario alla giustizia per Fratelli d’Italia (FdI).
Per completare la triade mancava la Famiglia, ma non abbiate paura: a questo ha pensato un’altra insigne difensora della tradizione, la signora Eugenia Roccella, ministro della salute e della natalità e per le pari opportunità. Ci dispiace tirare in ballo la sua famiglia, ma siamo certi che in questo momento suo padre, Franco, si stia rivoltando nella tomba, insieme a Marco Pannella. Non dimentichiamo, infatti, che Franco è stato uno dei fondatori del Partito Radicale, e che l’attuale ministra ne ha fatto parte fino agli anni Novanta, quando ritenne più produttivo trasferirsi armi e bagagli in casa Berlusconi, per poi scivolare pian piano a destra fino a confluire nell’attuale compagine governativa.
Famiglia, dicevamo. Ma quale famiglia? Il concetto di famiglia, con il trascorrere del tempo, dei secoli, si è certamente modificato, come del resto tutta la società, ma non per i “Fratelli”. Per loro la famiglia è sempre quella tradizionale, “naturale”, la tipica famiglia contadina dell’Italia post risorgimentale, che fino a pochi decenni fa era rappresentata dal nucleo padre-madre-figli, in un’unione patriarcale, nella quale il pater familias era il sovrano assoluto, la moglie solo una fattrice e una domestica, e i figli carne da lavoro nei campi. Era la famiglia contadina, capace di sfornare dieci figli, per i quali niente scuola e scarpe rotte che si tramandavano dai fratelli più grandi a quelli più piccoli, e questo fino a quando nell’Italia repubblicana post bellica, la Costituzione introdusse l’obbligo scolastico a partire dal 1948.
È probabilmente questa famiglia che ha spinto la signora Roccella a propugnare una legge, che il Governo ha emanato definendo “reato universale” la sua violazione con la condanna a due anni di carcere. Stiamo parlando della legge sulla maternità surrogata. Con l’espressione “maternità surrogata” si definisce la pratica di una donna che si obbliga contrattualmente a portare avanti una gravidanza per conto dei cosiddetti genitori intenzionali o committenti. Viene così impiantato nel suo utero un embrione creato artificialmente mediante inseminazione o fecondazione in vitro di un ovocita di donatrice anonima (o della stessa madre surrogata o della madre committente) e del seme del padre intenzionale (o di donatore anonimo). È del tutto ovvio che chi si sottopone a un iter procreativo del genere non può che essere una famiglia alla quale, per i più svariati motivi, non è concesso di avere figli, ma che li desidera più di ogni cosa. Non dimentichiamo che stiamo parlando del “reato” di dar vita a una nuova creatura, che sarà amata e rispettata, in un’Italia che va pian piano avviandosi verso una denatalità sempre più spinta, che crea serie preoccupazioni anche nel settore del lavoro, nel quale, secondo le segnalazioni di Confindustria e di altri organismi consimili, la carenza di manodopera nel nostro Paese sta facendosi vieppiù drammatica. E siamo fortunati ad avere con noi cinque milioni di cittadini immigrati, senza i quali le nostre donne, andando al supermercato, non troverebbero più cespi d’insalata e pomodori, data l’assoluta carenza di lavoratori agricoli di nascita e cittadinanza italiana.
Non paga di questa assurda intromissione in materia che più strettamente personale e familiare non si può, la Ministra si è spinta molto oltre, chiedendo alla classe medica di denunciare alle Procure della Repubblica i pazienti sospettati di avere fatto ricorso alla pratica proibita. Qual è il perché di questa richiesta assurda fatta ai medici, chiedendo loro di violare giuramento di Ippocrate, codice deontologico e chi più ne ha più ne metta? È presto detto. Perché una volta nati, questi bambini sono indistinguibili dagli altri, nati “normalmente”. Così come lo sono i genitori, simili in tutto e per tutto ai genitori “normali” che hanno procreato con il sistema caro alla ministra e a questa destra liberticida. Come scrive la senatrice a vita Elena Cattaneo su la Repubblica: «Purtroppo i toni che abbiamo sentito usare ieri da una ministra della Repubblica rimandano proprio a quello (il monologo di Shylock sull’antisemitismo nel Mercante di Venezia, di Shakespeare), e non credo di essere l’unica ad averlo pensato. La delazione, la soffiata del vicino nascosto in soffitta, la colpevolizzazione dei bambini e il loro allontanamento dalla scuola sulla base del tipo di famiglia da cui provengono potrebbero essere la conseguenza della nuova legge». La senatrice fa poi notare che questa nuova iniziativa governativa, che si aggiunge alla già impresentabile legge n.40 del 2004 sulla procreazione assistita, non può non farle venire alla mente la “psicopolizia” di Orwell in 1984, e l’occhio onnipresente del “grande fratello” comunista della Russia sovietica (e anche in quella di Putin). Continua la Cattaneo: «Non credo che questo sia il modo di prendersi cura di una democrazia. La democrazia è la più fragile, ma la migliore delle forme di governo, si fonda sulla pluralità e sul rispetto, persino nei confronti di chi ha compiuto un reato. Figuriamoci verso chi, fino a ieri, pensava soltanto di aver messo al mondo un figlio, in un paese nel quale figli non ce ne sono, e i figli di chi è arrivato da fuori non li vogliamo regolarizzare, e adesso si ritrova criminale, autore di un crimine di gravità pari al genocidio, la tortura e poco altro, in quanto reato universale. O verso chi è sbarcato miracolosamente da una nave sfondata sulle nostre coste, innocente di qualsiasi cosa anche soltanto per non aver avuto il tempo di delinquere … Trasformare la convivenza civile in uno stato di polizia, incrudelire le pene non ha mai prodotto nessun risultato … I figli si fanno come vuole lo Stato, l’aborto non è consentito e la famiglia è quella con i genitori di sesso diverso, cioè lo Stato che vorrebbe Roccella moltiplica i nuovi crimini e sempre più fantasiose punizioni». Se i componenti dell’attuale Governo fossero, almeno solo un po’, uomini di modesta cultura, si sarebbero accorti di avere messo in opera un meccanismo che ricorda molto da vicino la Repubblica di Galaad, del famoso romanzo distopico di Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, nel quale vige uno stato totalitario, di ispirazione cristiana, in cui le donne non hanno diritti, e il cui principale obiettivo è la procreazione, e nel quale la società è divisa in insormontabili caste a seconda del genere, dello status sociale e, cosa più importante, della fertilità.
Il nostro attuale Governo, invece, cammina compatto sulle orme dell’articolo 13 della citata legge n.40/2004 che dispone il carcere per quei ricercatori italiani che volessero derivare cellule staminali dai blastocisti umani soprannumerari destinati al congelamento distruttivo. E invece, anziché agire per liberare la scienza da un divieto ideologico e ipocrita, oggi all’articolo 12 della legge n.40 ne è stato aggiunto uno nuovo che dispone l’allargamento della punibilità di scelte riproduttive compiute da cittadini italiani anche se realizzate in stati a noi prossimi in cui queste scelte sono perfettamente legali e regolamentate. Sono moltissimi gli stati che le consentono, e non si tratta di paesi di secondo ordine, ma paesi come Canada, Belgio, Danimarca, Stati Uniti, Inghilterra e tanti, tanti altri. Se e quando dovesse accadere che i cittadini che hanno seguito questa via per aver figli saranno portati in tribunale, allora ancora una volta i magistrati saranno chiamati a giudicarne applicabilità, compatibilità con la disciplina europea, ragionevolezza e forse anche costituzionalità. E quando ciò accadrà vi sarà immancabilmente chi leverà il solito peana contro “l’invasione di campo della magistratura”, alla quale invece spetta, nel pieno rispetto dei diritti umani, di evitare una mannaia etica incompatibile con la democrazia fondata sulla Costituzione repubblicana. Con questo provvedimento il Governo ha gettato definitivamente la maschera: è un governo discriminatorio nei confronti di bambini nati non secondo le sue regole, e anche razzista a pieno titolo. E a sostenere questa gravissima accusa, oltre alle evidenze dei fatti, c’è un organo al di sopra di ogni sospetto, ovvero il Consiglio d’Europa, che in un Rapporto ne denuncia la presenza sia nella politica xenofoba del Governo che da parte delle forze dell’ordine. È un Governo nel quale un importante ministro, il vice premier, può chiamare “cani e porci” persone che sbarcano in Europa, fuggendo da persecuzioni, guerre e fame. Un governo che divide i “buoni” dai “cattivi”. I buoni siamo noi, ariani di stirpe italica, mentre i Rom, gli africani, i transgender, i musulmani, tutti gli immigrati e i giudici che difendono i loro diritti, sono i “cattivi”. Chi segue le vicende governative avrà sorriso apprendendo della seconda vicenda boccaccesca [la prima è quella Sangiuliano/Boccia] che è scaturita in seno a FdI, culminata con le dimissioni, prima di Francesco Gilioli e, a ruota, quelle di Francesco Spano — entrambi capi di gabinetto del ministro della Cultura (?) Giuli —, definito “pederasta” in una chat di FdI, termine ormai quasi del tutto desueto, ma orgogliosamente rispolverato dai post fascisti di oggi, che a tutte le altre vessazioni contro i loro simili adesso possono apertamente sbandierare una conclamata omofobia.