Concordato: cui prodest?

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La Chiesa Cattolica è senza ombra di dubbio una delle più antiche e prestigiose istituzioni che siano mai apparse sulla faccia della terra. Non per nulla solo essa può vantare quasi due millenni di ininterrotta esistenza – anche se soverchiamente tribolati – traguardo che nessun regno, impero o formazione politica può vantare o rivendicare. Allo stato attuale sembra che i suoi fedeli contino circa un miliardo e trecento milioni di persone; la precede, con un certo distacco, la religione islamica, con circa due miliardi di seguaci. Già in passato abbiamo espresso più volte un’opinione non del tutto lusinghiera nei confronti di questo organismo plurimillenario; ma adesso non è questo il luogo o il momento per rivangarne la storia e i suoi numerosi punti oscuri, che lasciamo agli storici specializzati approfondire. Ciò che, oggi, costituisce il nostro attuale interesse è lo stato delle cose nel nostro Paese, l’Italia, e qual è, se ancora vi è, il peso e l’influenza politica di questa istituzione religiosa negli affari dello Stato. Ci limiteremo, pertanto, a tracciarne alcuni profili risalenti agli albori del secolo XX, che hanno costituito fonte di intenso dibattito su di essa e sul suo capo supremo: il Sommo Pontefice o Papa. Entrambi i titoli, attribuiti al detentore della “cattedra di Pietro”, già mostrano delle significative incongruenze e contraddizioni. Esse cominciano con il titolo che gli è attribuito di Papa (dal greco papas) che vuol dire “Padre”. Ma fu, parlando con le folle, che Gesù pronunciò una dichiarazione perentoria che non può essere in alcun modo travisata: “Nessuno chiamerete sulla terra vostro padre, poiché uno solo è il vostro Padre, quello celeste” (Matteo 23:9). Ancor più problematico è il titolo di “Sommo Pontefice”, la cui origine è dichiaratamente pagana, pertanto in opposizione a tutto ciò che costituì la predicazione di Gesù. La casta dei pontefici (Pontifex: custodi o fabbricanti del ponte) era una congrega di grande importanza nella Roma dei Cesari, e il loro capo, allora come oggi, era chiamato Sommo Pontefice. Non v’è dubbio alcuno, pertanto, che anche questo titolo, che le Sacre Scritture ignorano del tutto, sia un’altra incoerenza se attribuito a colui che è anche definito il “Vicario di Cristo”.

Passiamo, adesso, al motivo per cui ci chiediamo del Concordato. Cos’è, quando fu stipulato, a cosa serviva e qual è oggi la sua funzione? “Concordato” vuol dire accordo fra due parti, in base al quale ciascuna d’esse s’impegna al rispetto delle clausole che lo compongono, e che è ovviamente di reciproca utilità. Nel caso di cui ci occupiamo, le parti contraenti sono lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica, con sede in Roma, Città del Vaticano.

Il primo concordato del secolo XX fu stipulato nel 1929, fra l’allora Regno d’Italia e la Chiesa Cattolica, presso la sede del segretariato di Stato, nel Palazzo di San Giovanni in Laterano l’11 febbraio 1929, e, dalla sede in cui fu siglato, fu denominato Patti Lateranensi, sottoscritti dal Cardinal Gasparri per Pio XI e da Benito Mussolini, duce del fascismo e capo del governo. Con quell’accordo nacque anche ufficialmente lo Stato della Città del Vaticano, come territorio indipendente dal resto del territorio nazionale e con particolari privilegi di extraterritorialità.

Il secondo dei Concordati di cui ci occupiamo, però, non fu stipulato con lo Stato Italiano, bensì risale al 1933 – “regnante” Papa Pio XI – e fu siglato dall’allora cardinale segretario di Stato, Eugenio Pacelli (futuro Papa Pio XII) e dal vicecancelliere tedesco Franz Von Papen, in rappresentanza del führer Adolf Hitler. Fu allora conosciuto, e ancora lo è, come il Reichskonkordat (Concordato del Reich), che risulta – almeno formalmente – ancora in vigore. Sull’atteggiamento della Chiesa Cattolica nei confronti dal nazionalsocialismo si sono scritte intere biblioteche; a noi qui basta citare solo un paio delle opere più significative. La prima è Con Dio e con il Führer, di Karlheinz Deschner (Tullio Pironti, 1988), nella cui presentazione è scritto: «Nel suo libro Karlheinz Deschner illustra la storia del nefasto accordo tra Vaticano e nazionalsocialismo», definito dai vescovi tedeschi di allora «Questo singolare successo di portata mondiale», che – continua la presentazione – «Spianò la strada ad Hitler per l’acquisizione di un potere pressoché illimitato assicurando il benestare del pontefice alla sua politica di aggressione. Il Vaticano riteneva infatti che un forte Deutsche Reich costituisse un “baluardo” contro il tanto temuto bolscevismo. La seconda opera è Il Papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII, di John Cornwell (Garzanti, 2000). Il libro, tra l’altro, riferisce il commento di Heinrich Brüning, cancelliere tedesco nel 1930-1932: «Secondo il cardinale Pacelli tutti i successi si sarebbero potuti ottenere solo grazie alla diplomazia pontificia. Il sistema dei concordati portò lui e il Vaticano a disprezzare la democrazia e il sistema parlamentare … Si credeva che governi rigidi, rigida centralizzazione e rigidi trattati avrebbero portato un’era di pace e di tranquillità». Un altro commento, di Thomas Merton, è più severo: «Pio XII e gli ebrei … Tutta la questione è troppo triste e troppo seria per il rancore … un silenzio profondamente e completamente complice di tutte le forze che arrecano oppressione, ingiustizia, aggressione, sfruttamento, guerra».

Si giunge così al 18 febbraio 1984, quando l’allora presidente del consiglio del governo italiano, Bettino Craxi, firmò, insieme al cardinale Agostino Casaroli, in rappresentanza di Papa Giovanni Paolo II, l’accordo di revisione del concordato lateranense, resosi necessario per le mutate condizioni politiche dal tempo del precedente e dall’introduzione in Costituzione dell’articolo 7: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Era chiaro che si era reso necessario rivedere un accordo a suo tempo stipulato con Mussolini e così si giunse al secondo concordato Stato-Chiesa.

Prima di proseguire, rispondendo alla domanda sul perché ci occupiamo adesso di fatti e avvenimenti di un passato ormai morto (?) e sepolto, dobbiamo anche in quest’occasione, come per il titolo di Papa attribuito a chi siede sulla cattedra di Pietro, rilevare che la stipula di concordati, patti, accordi e di qualsivoglia forma di collaborazione della chiesa che – non dimentichiamolo – dovrebbe essere di Cristo, è in aperta contraddizione con quanto proprio il fratellastro di Cristo, Giacomo, scrisse nella sua lettera: «O gente adultera, non sapete voi che l’amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Giacomo 4:4). C’è qualcuno che sarebbe in grado di smentire il significato cristallino di questa espressione apostolica, dove Giacomo parla della deliberata ricerca di una tale compagnia e la paragona a “intelligenza con il nemico” che è il “mondo”? E quali miglior rappresentanti del “mondo” nemico di Dio avrebbero potuto essere se non gli stati totalitari di Hitler e Mussolini e, comunque, ogni forma di organizzazione statale, considerato che secondo Gesù il suo regno “non fa parte di questo mondo” (Giovanni 18:36).

Dicevamo: perché parlare proprio adesso di concordati? La domanda scaturisce da un’iniziativa a suo tempo assunta dal partito di Salvini, la Lega, che si insinua nella sfera intangibile della libertà e dei diritti religiosi. Fu a suo tempo infatti oggetto di dibattito in Commissione cultura del Consiglio regionale lombardo la proposta di legge presentata dal Carroccio, relatore Alessandro Marelli, che imponeva l’obbligo di esporre l’immagine del crocifisso in tutti gli immobili di proprietà della Regione. «Lo Statuto regionale prevede il riconoscimento delle nostre identità storiche, culturali e linguistiche presenti sul territorio – ha specificato Marelli -. Questo progetto di legge intende salvaguardare uno dei simboli della nostra storia e della nostra identità. Promuove i valori del cristianesimo». La legge n.18 del 2011, che ne scaturì, prevedeva che la Regione, nell’intento di dare rilievo ai “valori delle sue radici giudaico-cristiane” considerati alla base della “tradizione lombarda”, “espone il crocifisso nelle sale istituzionali e all’ingresso degli immobili regionali e di quelli in uso all’amministrazione regionale”.

La Commissione si chiuse con l’auspicio della Presidente, Luciana Ruffinelli (Lega nord), di aprire un tavolo di lavoro per mettere a confronto maggioranza e opposizione, nel quale quest’ultima parlò di pura strumentalizzazione del tema e della giurisprudenza in merito. «Da cristiano provo un grande imbarazzo nel commentare questo progetto di legge – dichiarò il consigliere regionale del Pd, Fabio Pizzul – per due distinte ragioni. Nel testo viene data una rappresentazione del crocifisso puramente simbolico-culturale, spogliandolo della sua valenza religiosa. Inoltre, da un punto di vista amministrativo, le sentenze riportate nel documento, contrariamente a quanto sostengono i miei colleghi della Lega, sanciscono il diritto di esporre il crocifisso senza alcun riferimento all’obbligo». Sebbene ormai vecchio di più di un decennio, l’argomento è salito nuovamente alla ribalta a causa di una decisione del Consiglio di Stato del marzo di quest’anno 2024, secondo la quale la presenza del Crocifisso negli uffici pubblici non può essere imposta. Dopo (soli?) quattordici anni il Consiglio di Stato ha dato ragione all’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR) per una vicenda che risale al 2010, e cioè ancor prima che il “cattolico devoto”, alias “cazzaro verde”, la riproponesse per rivendicare le sue origini padane-giudaico-cristiane! Ancora una volta, grazie alle iniziative devozionali cui è aduso il devoto alla santissima Vergine, siamo ritornati all’era fascista, nella quale due Regi Decreti disciplinavano l’argomento: il Regio Decreto 30 aprile 1924, n. 965 – istituti di istruzione media – il cui articolo 118 recitava: «Ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del Crocifisso e il ritratto del Re», e il Regio Decreto 26 aprile 1928, n. 1297 – istituti di istruzione elementare – il quale all’articolo 119 sanciva: «arredamento scolastico: si prescrive la presenza del crocifisso nelle aule come arredo obbligatorio». Ai due articoli fa da corredo il parere del Consiglio di Stato n. 63 del 27 aprile 1988, secondo il quale le disposizioni di cui all’art. 118 del R.D. 30 aprile 1924, n. 965, concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole, sono tuttora legittimamente operanti; e tutto questo a dispetto del principio della laicità dello Stato, sancita dalla Costituzione. Una pubblicazione che fa pienamente luce sulla controversa questione è quella di Sergio Luzzatto, Il crocifisso di Stato (Einaudi, 2011), che ne fa la cronistoria sin dalle origini, evidenziando inoltre lo stretto legame fra il “Simbolo” ed il regime fascista, che se ne servì vantaggiosamente a proprio uso e consumo. La storia del Concordato mostra, quindi, che esso non è altro che un atto di reciproca convenienza, nel quale il messaggio di Cristo e la sua morte in croce c’entrano come i cavoli a merenda!

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