
Bere’shit, “In principio”. Sono le parole che aprono le Scritture ebraiche e il libro della Genesi. Qui la Bibbia descrive la creazione della Terra e le origini del genere umano. È un testo finalizzato a centrare due obiettivi principali: dimostrare che le origini del mondo sono opera di Dio, e raccontare la preistoria di Israele, partendo proprio dai padri fondatori di questa nazione. L’intenzione di chi scrive è, quindi, quella di ricondurre la nascita di Israele a un diretto intervento divino.
La narrazione è articolata in due racconti biblici della creazione, i quali presentano una disposizione degli avvenimenti con un ordine differente una dall’altra (Genesi 1:1-4 e 2:4-25), e si dimostrano entrambi conformi ad un proprio preciso criterio artistico. Gli studiosi concordano, fin dal XIX secolo, nel ritenere che i racconti della Genesi siano composti da materiale proveniente da fonti e da tradizioni diverse, generalmente indicate come le fonti J, E, D e P. Inoltre, la teoria prevalente negli studi biblici moderni ci dice che il libro della Genesi raggiunse la sua forma definitiva nel periodo esilico e post-esilico del VI secolo a.C.
Il racconto più noto presenta Dio nell’atto di creare il nostro mondo nello straordinario arco temporale di sei giorni, durante i quali vengono formati “il cielo e la terra”, “il giorno e la notte”, il firmamento, il mare e la terra asciutta. Poi la vegetazione e le luci del firmamento, il Sole, per regolare il giorno, e la Luna, per regolare la notte. Segue la creazione degli animali acquatici e degli uccelli, poi degli animali sulla terra asciutta e, infine, dall’argilla, dell’uomo fatto a propria “immagine e somiglianza”, Adamo, la cui radice in ebraico, Adamà, significa “terra”. Dalla sua costola fu formata, poi, la donna, Eva, Hawwah, “la madre di tutti i viventi”.
Storie sull’origine del Mondo, però, circolavano già da diversi secoli nell’Asia anteriore. Un racconto simile è presente nell’epica babilonese della creazione, ritrovata su tavolette accadiche del I millennio a.C., sebbene la loro origine risalga molto probabilmente all’epoca degli antichi Sumeri. La Terra, secondo questo ciclo epico, fu creata dal dio Marduk in seguito ad una lotta che aveva visto la sconfitta della malvagia dea degli oceani Tiamat. Marduk creò prima la Terrae il firmamento, “vi sistemò le stazioni per i grandi dèi; vi suscitò in costellazioni le stelle che ne sono le immagini”. Poi “fece apparire Nanna (la Luna)” e “gli assegnò il gioiello notturno per definire i giorni”. Il settimo giorno Marduk creò “un prototipo umano, che si chiamerà Uomo, perché gli siano imposte le fatiche degli dèi”.
In alcuni testi, insieme al sangue, viene menzionato l’uso dell’argilla nel creare l’uomo: “Marduk un graticcio sulla superficie dell’acqua intrecciò: polvere egli creò, col graticcio la mescolò, per far abitare gli dei nella dimora della gioia del loro cuore, l’umanità egli creò, la dea Aruru il seme dell’umanità con lui creò”. Entrambe le epiche seguono uno schema. In principio il firmamento e la Terra, poi viene istituito il tempo per misurare la vita, fissandolo in una settimana composta da sette giorni, poi il Sole e la Luna, le creature viventi e, infine, l’uomo.
Adamo ed Eva vengono posti in un bellissimo giardino, Shangri-la, l’Eden, sebbene una tavoletta cuneiforme babilonese utilizzi questo termine per identificare una “pianura incolta”. Secondo alcuni studi, l’idea dell’Eden potrebbe risalire ad una leggenda sumera di una terra utopica chiamata Dilnum, identificata con l’odierno Bahrein. Diversi secoli dopo, quando il racconto della Genesi subì l’influenza della cultura persiana, durante l’esilio, il Giardino dell’Eden assunse un nuovo nome, Paradiso, che ha la sua radice nel termine persiano antico Pardis.
L’utilizzo, nel racconto biblico, dell’Albero della Vita e dell’Albero della Conoscenza del bene e del male proviene anch’esso da una lunga tradizione presente nelle culture dei Sumeri e dei Babilonesi. L’Albero, come simbolo della vita, compare anche in alcuni bassorilievi assiri. Così come la presenza del serpente tentatore del racconto. È, infatti, proprio un serpente a rubare all’incauto Gilgamesh l’erba della vita.
In seguito al peccato originale Eva diede alla luce il primo figlio, Qayin, Caino, che significa “colui che è stato acquistato o prodotto” il quale, seguendo le orme del padre, divenne un agricoltore. Un secondo figlio prese il nome di Abele, e scelse di diventare un pastore. Anche qui il racconto descrive, in realtà, il passaggio compiuto dal genere umano, dalla caccia e dalla raccolta, al processo di addomesticazione. La storia di Caino e Abele, sotto forma di un mito, ci dice della crescente tensione vissuta, in un determinato momento storico, nello scontro tra gli agricoltori e i pastori, tra il modo di vivere sedentario dell’agricoltore stanziale e il nomadismo del pastore itinerante, sempre in cerca di nuovi pascoli per il controllo di risorse preziose, come potevano essere, ad esempio, i pozzi d’acqua. Abele, Hebel,significa, infatti, soffio, vuoto, vacuità, ed evoca l’immagine dei pastori che vagavano senza meta alla ricerca di pascoli verdeggianti.
Caino, com’è noto, uccide Abele e si trasferisce in una terra chiamata Nod, “la terra del nulla”, (tema senz’altro proveniente da una tradizione diversa, vista l’inspiegabile esistenza di altri popoli al di fuori dell’Eden). Lì sposò una donna che gli avrebbe dato un figlio, Enoch, al quale Caino dedicò una città da lui stesso costruita (Genesi 4:17). Questo primo riferimento a una “città” sembra indicare il periodo storico in cui gli insediamenti agricoli erano cresciuti al punto tale da diventare veri e propri villaggi fortificati.
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