A chi la Cultura? A noi!

tempo di lettura: 3 minuti
Roma, foto del corridoio di ingresso del palazzo dell’Esquilino occupato da CasaPound (Fonte: L’Espresso)

Sull’onda del preannunciato successo elettorale Giorgia Meloni ha rispolverato la sua crociata contro la presunta, a suo avviso, superiorità culturale della sinistra, spingendosi fino al punto di ridurla a null’altro che “cultura di potere”. Asserzione diffamatoria perché confonde capziosamente la ricerca del potere col senso di responsabilità dimostrato dalla sinistra nel sostenere, unica tra le forze parlamentari, tutti i governi tecnici e quelli emergenziali, pagando per questo un prezzo elevato. In proposito può essere utile segnalare che sul quotidiano “Domani” dello scorso 12 settembre il politologo Piero Ignazi ha dedicato allo specifico tema della partecipazione del PD (Partito Democratico) agli ultimi governi un articolo che inizia così: “Il segno distintivo del PD, sin dalla sua nascita, è stato quello della responsabilità. Il PD doveva prima di tutto pensare al bene comune, come recitava lo slogan della sua campagna elettorale del 2013. Non una visione partigiana bensì un approccio teso a rappresentare interessi generali e a difendere le istituzioni: dall’offensiva berlusconiana volta a piegare al suo servizio norme e principi, dall’estremismo sovranista e xenofobo della Lega, dal populismo barricadiero dei grillini.”

Ma, campagna elettorale a parte, la destra tenta periodicamente di sottrarsi al gap che la vede soccombere alla sinistra sul piano intellettuale. Pur ammettendo che l’egemonia culturale ha sempre avuto, nel tempo, una sua mobilità, è però indiscutibile che da quasi un secolo si è collocata a sinistra e non solo in Italia ma nell’intero mondo occidentale.

Ai nostalgici che, come la Meloni, rivendicano una sorta di pari dignità culturale occorrerebbe chiedere su quali basi filosofiche, sociologiche, artistiche e letterarie fondino questa loro pretesa. Forse sul tradizionalismo vagamente esoterico di Julius Evola che si incrociò con la mistica fascista senza produrre alcuna sintesi e fu poi ripescato dai neofascisti negli anni 60? O sulla filosofia di Giovanni Gentile, hegeliano, autore di una riforma dell’istruzione sopravvissuta al Ventennio durante il quale fu concepita, ma non per questo una colonna portante del pensiero fascista o neofascista? Gabriele D’Annunzio ed Ezra Pound, spiriti ribelli, abbracciarono solo parzialmente la politica del Ventennio: nessuno dei due prese mai la tessera del PNF (Partito Nazionale Fascista). D’Annunzio non ne condivise la fase totalitaria, mentre Pound seguì Mussolini fino alla caduta della Repubblica di Salò, ma approvandone principalmente i programmi economici, perché da lui ritenuti ad un tempo anticapitalisti ed anticomunisti: si dichiarò non antisemita ma soltanto nemico degli ebrei usurai e degli usurai in genere. Malgrado ciò gli hanno intestato l’omonima Casa neofascista. Ed a proposito di tale indebita appropriazione vale richiamare quanto scrisse in un suo intervento sul Corriere della Sera Claudio Magris in occasione della manifestazione nazionale indetta da Casa Pound a Trieste nel novembre 2018: “È difficile e insieme doloroso abbinare il nome del grande poeta … a un’associazione che propugna un regime totalitario al quale è intrinseca la violenza. Nel fascismo di Pound c’era probabilmente una grande ingenuità politica.” Magris conclude d’altronde affermando: “Alcuni grandi scrittori del Novecento sono stati fascisti, nazisti, stalinisti.”

Evola, D’Annunzio, Pound e lo stesso Nietzsche, ove li si voglia considerare i padri nobili della cultura di questa destra, furono tuttavia così profondamente individualisti da non creare intorno a loro il seguito necessario alla fioritura di un vero e proprio tessuto culturale. Il solo Marinetti riuscì a fondare un movimento, il Futurismo, che però ebbe vita breve. E la storia della cultura neofascista si ferma qui, anche se proprio Casa Pound esibisce all’interno della sua sede romana un murale (come da foto pubblicata da “L’Espresso” del 7 luglio 2019) nel quale sono assemblati i nomi delle personalità cui i suoi inquilini si ispirano: un murale che esibisce, tra gli altri, Platone e Dante, iscritti post mortem al PNF a loro insaputa. E poi un Battisti (non si capisce se Lucio o Cesare), un Muti di genere incerto (Riccardo o Ornella?) e nientemeno che Capitan Harlock.

Sono ovviamente estranei alla destra sovranista Benedetto Croce, Leo Longanesi, Luigi Einaudi e tanti pensatori della destra liberale che, guarda caso, furono antifascisti. Ma, aldilà dei labili riferimenti storici sopra ricordati, cosa troviamo nel passato più recente? Quali personaggi della realtà contemporanea possono far parte del patrimonio culturale della destra oggi rappresentata dal partito della Meloni? Giorgio Albertazzi e Pasquale Squitieri, entrambi deceduti? Non è molto. O forse Giulio Tremonti, appena approdato nelle liste di FdI (Fratelli d’Italia), indimenticato formulatore dell’assioma “Con la cultura non si mangia.” Possibile?

È invece certo che la Meloni è una fan personale di “Atreyu”, il ragazzo protagonista del libro e del film “La storia infinita”, che viaggia a cavallo di uno strano cagnone volante. La Meloni gli dedicò, già dall’inizio dell’era berlusconiana, quando militava in Alleanza Nazionale, una manifestazione periodica tuttora sponsorizzata da FdI e replicata anche quest’anno. Se si aggiunge la saga de “Il Signore degli Anelli”, peraltro contesa anche da altre appartenenze ideologiche, e il Capitan Harlock di cui sopra, si dovrà forse concludere che è la letteratura Fantasy il vero e più autentico retroterra culturale del partito oggi alleato della Lega, a sua volta amante delle rune celtiche e del dio Po, purtroppo in corso di prosciugamento né più né meno dei suoi adepti. E forse lo sono anche i fumetti tipo i “Supereroi”, altro che il superuomo nietzschiano. Ma, aldilà dell’ironia, che cultura poteva mai innestarsi su parole d’ordine come “Dio, patria, famiglia” o “Credere, obbedire e combattere”, erette a valori morali?

A cosa può servire elencare le tante figure che hanno, consapevolmente o meno, costruito l’egemonia culturale della sinistra? Ci limitiamo quindi a riassumerne sinteticamente i tratti dominanti: libertà, uguaglianza, solidarietà, centralità della persona e dei diritti civili. Tutti valori che la destra fa fatica a riconoscere, forse addirittura a comprendere, e che preferisce quindi combattere.

Rispondi

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Torna in alto