
Dopo circa otto giorni di scosse di terremoto sempre più frequenti e con magnitudo crescente, lo scorso 19 settembre, l’isola di La Palma, nell’arcipelago delle Canarie, ha visto iniziare un’intensa attività di eruzione.
Delle sette isole, di origine vulcanica, La Palma presenta numerose bocche vulcaniche lungo la propria superficie interna; era, però, dallo scorso 1971 che non si verificavano eruzioni.
Quella tuttora in atto nell’isola canaria è stata definita dagli esperti un’eruzione di tipo stromboliano, di cui noi italiani siamo ben a conoscenza, con fuoriuscite di lava rovente che, in questo caso, proviene da numerosi piccoli coni presenti nel complesso vulcanico a sud dell’isola, la Cumbre Vieja, e che procedono attualmente ad una velocità di 700 m/h.
Più di 6.000 persone attualmente hanno dovuto lasciare le proprie case in quello che, nonostante la tragicità dell’evento, è da riconoscersi come un’evacuazione ordinata, avvenuta nei tempi adeguati, all’inizio dei primi segnali di attività sismica qualche giorno fa.
Il Presidente spagnolo Pedro Sanchez, che aveva in programma di volare a New York per la 76esima riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha rimandato la sua partenza ed è volato a La Palma per dare il proprio supporto e la propria vicinanza agli abitanti dell’isola. “La situazione è sotto controllo”, ha detto “el guapo”, ossia il bello, come è chiamato il Presidente spagnolo, assicurando che il Governo darà a disposizione de La Palma tutte le risorse necessarie per fronteggiare questo tragico evento.
Dunque, da cittadina napoletana, mi sono immedesimata profondamente negli abitanti dell’isola che hanno dovuto abbandonare le proprie case, distrutte dalla lava. La prima domanda che mi sono posta, nel guardare e seguire gli aggiornamenti, è stata: chissà se accadesse a Napoli, come sarebbe portato avanti il piano di evacuazione? Potremmo imparare qualcosa da quest’esperienza?
In primo luogo, con le dovute differenze e soprattutto contestualizzando la situazione, l’isola de La Palma ha un protocollo di evacuazione sicuramente commisurato alla piccola popolazione sparsa in un territorio molto vasto, al contrario di Napoli, dove le pendici del Vesuvio sono cosparse di agglomerati urbani, formando un’area con una delle densità abitative più alte d’Europa. Non d’Italia. Ma d’Europa.
In secondo luogo, però, bisogna essere onesti intellettualmente ed analizzare per assurdo una situazione simile. Riguardo il piano di evacuazione, il Comitato scientifico del Piano speciale di Protezione Civile ed Emergenza per rischio vulcanico canario (PEVOLCA) aveva raccomandato l’evacuazione preventiva della popolazione a rischio ed in base a questo il Comitato Direttivo aveva iniziato ad evacuare in modo prioritario prima le persone disabili e fragili dei comuni adiacenti e prossimi all’eruzione (Las Manchas de Abajo, Jedey, San Nicolás e El Paraíso) e poi tutti gli altri.
Quanto al nostro Vesuvio, nel 2019 è stato approvato, dopo 17 anni dal 2002, il Piano di evacuazione in caso di eruzione. Secondo quest’ultimo, “Gli abitanti dei 31 Comuni compresi nella zona rossa dell’area vesuviana e dei 7 Comuni dell’area Flegrea (inclusi alcuni quartieri di Napoli) saranno distribuiti nelle Regioni italiane in attuazione del piano della Protezione civile”. Una pianificazione iniziata nel 1984 e portata finalmente a termine qualche anno fa. Proprio questo punto ha iniziato a destare in me numerosi altri pensieri. A Tenerife iniziano ad arrivare le prime richieste di famiglie de La Palma in cerca di alloggio ed accoglienza almeno per le prime settimane, non potendo al momento essere calcolata la durata dell’eruzione, che in passato ha oscillato a volte anche tra uno e tre mesi.
Riusciamo ad immaginare un reale piano di smistamento della popolazione napoletana in caso di eruzione?
L’azione preventiva è fondamentale in momenti di tragicità estrema come quello che sta vivendo la piccola isola canaria, e da questo evento così catastrofico, che però è stato gestito in maniera egregia dall’amministrazione locale, potremmo trarre numerosi insegnamenti. Perché si sa, tutto è sempre lontanissimo da noi finché non ci accade. Ed augurandoci di non averne bisogno, sarebbe importante coinvolgere maggiormente la cittadinanza napoletana con esercitazioni ed evacuazioni che forniscano i giusti strumenti alla popolazione per fronteggiare una crisi di questo tipo.
Nel frattempo, La Palma vede abitazioni e case distrutte, per fortuna senza alcuna vittima al momento, ma sicuramente lasciando dietro di sé una quantità di danni, materiali ed emotivi, inimmaginabili. Secondo el Paìs, infatti, sono circa 183 gli edifici distrutti, con più di 6.000 persone evacuate. Bruxelles intanto ha offerto fondi alla Spagna per poter fronteggiare i danni dell’eruzione che, secondo il Presidente delle isole Canarie, Angel Victor Torres, supera i 400 milioni di euro. È stato inoltre chiesto alle banche di mettere a disposizione della popolazione evacuata gli appartamenti liberi che posseggono. Inoltre, è stato chiesto un ERTE speciale per la popolazione (Expediente de Regulación Temporal de Empleo), una misura già adottata durante l’emergenza sanitaria, che consiste in una sorta di sussidio di disoccupazione corrispondente al 70% del proprio salario. Non solo per l’isola de La Palma, ma per tutte le isole Canarie, a causa del grave danno che l’eruzione rappresenta per il settore turistico, già fortemente provato dalla pandemia, e che può portare ad un’ulteriore cancellazione di viaggi per le isole, con tutte le catastrofiche conseguenze economiche che questo può comportare.
articolo eccellente. peccato che qui una evacuazione così civile e organizzata non potebbe essere possibile