
Variante delta permettendo, trascorreremo qualche giorno in vacanza. Andremo in un villaggio turistico sul mare dove ci attendono figli e nipoti. Ci hanno assicurato, per incoraggiarci ad intraprendere il viaggio, che il mare è pulito, il villaggio ben organizzato e soprattutto che c’è una validissima animazione. A nostra volta, prima di partire, ci siamo accertati che ci sia almeno una discreta rianimazione nella struttura ospedaliera più vicina.
In realtà questi villaggi sono tarati sui giovani e sui bambini (tarati anche loro?) e non sui soggetti stagionati, sempreché non abbiano velleità giovanilistiche tali da spingerli a misurarsi con i più giovani nelle attività sportive, anche estreme. Lo stesso minuscolo prefabbricato nel quale siamo alloggiati ci lascia spazi calpestabili esigui per muoversi nei quali occorre grande agilità almeno nei momenti di affollamento: per passare da un locale all’altro, quando siamo tutti in casa, è necessario ricorrere a stratagemmi tipo: “Permesso, permesso, devo scendere alla prossima”, come si usava di regola nei bus napoletani nell’era pre-covid.
Malgrado l’indubbio piacere di partecipare, sia pure in maniera marginale, ai divertimenti della nostra discendenza, preferiremmo forse trascorrere qualche ora con nostri coetanei non atletici ma in condizioni di spirito ancora accettabili. Chissà, forse insieme a loro ci spingeremmo fino a farci coinvolgere in questo nuovo rito collettivo che sono i balli di gruppo. Ai quali, per la verità, vediamo già partecipare altri anziani, fisicamente in condizioni peggiori delle nostre, che dànno spettacolo sgarrando frequentemente nella tenuta del ritmo e tentando poi di rientrarvi frettolosamente con ridicoli passi fuori ordinanza.
Comunque è facile scivolare nella noia. Ricordo una cena su un terrazzo intorno a un tavolo dove sedevamo insieme ad altre quattro coppie di diversamente giovani. Dopo un avvio promettente, con qualche scambio di opinioni e di battute non privo di vivacità, la conversazione, quasi improvvisamente, languì fino ad un imbarazzato silenzio generale. Come riattivare l’interesse dei presenti che sembravano aver esaurito ogni argomento? Folgorato da un colpo di genio proposi: “Facciamo un giro di malattie?” La serata si è immediatamente rianimata. Si è partiti timidamente con banali problemi di presbiopia e di peso per poi allargarsi all’artrosi, alla demineralizzazione ossea, alla sciatalgia, all’insonnia, alle difficoltà di digestione. Fino allo scatenamento finale di prostate ingrossate, enfisema da fumo, aritmie cardiache, ischemie, disfunzioni tiroidee. Il tutto in una nobile (o ignobile?) tenzone in cui ciascuno affermava, non per masochismo ma per voglia di protagonismo se non di prevaricazione, la superiorità delle proprie patologie. Quelli che si erano tenuti ai margini dello scontro venivano guardati col sospetto che avessero taciuto malattie più imbarazzanti. Alcun accenno fu fatto al fenomeno, non patologico ma legato all’età, della migrazione dei bulbi piliferi che abbandonano le sedi naturali per trasferirsi nelle zone più impensabili, sopracciglia e orecchie in particolare. Alla fine, svaniti i fumi della battaglia, ci si interrogava tutti, smarriti, sul trapassato prossimo: non nel senso del tempo composto dell’indicativo dei verbi, studiato a scuola da bambini, ma nel senso del trapasso a nuova vita: chi di noi sarebbe stato il prossimo trapassato?