
La riflessione che ci apprestiamo ad analizzare concerne un excursus nella storia d’Italia a partire da un presente sempre più pressante sulla questione del ruolo del nostro Paese in politica estera. Le domande alle quali bisognerebbe rispondere sono tante, ma, per una questione di spazio ci limiteremo a cercare di analizzare, seppur brevemente, alcuni tratti della politica estera dell’Italia e qualche costante storica.
Diversi fattori sembrano influenzare la definizione della politica estera della penisola, che di solito è definita come un potere medio, segnato da una “debolezza relativa”, secondo F. Liberti (Le fondements de la politique étrangère italienne). Nel caso italiano, le peculiarità del sistema politico interno, la storia del Paese e le sue insufficienti dotazioni energetiche sembrano in parte giustificare la politica estera del Paese. Un tema, in particolare, sarà più estesamente affrontato e interesserà la politica coloniale dell’Italia in Libia e la costruzione dell’identità.
L’Italia ha sempre avuto un deficit di politica estera sin dai prodromi della sua fondazione come Stato unitario quando, a far avanzare la causa nazionale contro l’Europa del Congresso di Vienna (1815), vide essenziale l’impegno di Napoleone III (1808-1873), nonostante il gioco complesso e ambiguo che condusse con l’Italia, per far valere in questa politica il suo profilo di sinistra, senza perdere il sostegno della Chiesa alla questione del destino del Papa. L’Italia è stato, tra l’altro, l’ultimo Stato europeo a ottenere la sua indipendenza, nel 1861. Questo fattore ha fortemente influenzato la politica estera del giovane Stato italiano, l’ultimo arrivato al concerto europeo, proprio nel momento in cui le potenze europee erano in piena corsa per colonizzare altri continenti.
Quando l’Italia scese in campo in Libia nel 1911, risentiva di quella inesperienza di giovane Stato unificato da soli cinquant’anni e questo fu significativo, perché l’Italia non poté fornire un modello di Stato a cui i libici potessero aspirare dopo la liberazione. Uno Stato ancora in costruzione alle prese con grandi emergenze economiche e sociali che aveva già, però, consapevolmente maturato la necessità di lanciarsi alla conquista delle terre d’Oltremare. La volontà di divenire potenza coloniale prima ancora di Stato unitario de facto, perseguita nonostante le sconfitte brucianti in Etiopia e le resistenze incontrate più tardi nei territori libici, divenne un obiettivo politico-economico da conseguire con forza, quella forza divenuta anche militare, che nei territori della conquista ha fatto registrare crimini e violenze.
La ricostruzione dei gravi crimini dei quali gli italiani si sono resi colpevoli è stata documentata solo negli ultimi decenni. A inizio 900, l’Italia partecipò alla spedizione in Cina, nella campagna contro la rivolta dei boxer (organizzazioni cinesi popolari contrari all’influenza straniera colonialista) e si concluse con una serie di stragi, mentre in Italia, sin da allora, si insediava il dibattito sul quanto e come i nostri si fossero comportati da brava gente (A. Del Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozza, Vicenza, 2005) ma non tanto, come scrive E. Salerno (Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana, Manifesto Libri, Roma, 2005).
Le stragi di militari e civili, l’impiego dei gas, la repressione sanguinosa della resistenza, l’impiego di leggi marziali, i tribunali speciali, le pratiche di tortura, la deportazione di intere popolazioni e il loro internamento in campi di concentramento, commessi nei territori di Abissinia, Libia, Etiopia furono atti di una guerra coloniale che vide l’Italia liberale in continuità con il regime fascista, entrambi impegnati a costruire l’identità dello Stato (come potenza per l’Italia liberale, come Impero per il regime fascista) con lo sguardo rivolto al proprio interno. Un obiettivo da raggiungere ad ogni costo e con ogni mezzo.
Tuttavia, la Libia contemporanea è una realtà paradossalmente poco nota al vasto pubblico italiano, con le conseguenze e i rapporti controversi e difficili che da sempre contraddistinguono i due paesi. È noto invece il discorso sulla Libia. Uno spazio pubblico dominato nel tempo dalle ragioni dei colonizzatori prima, dalla retorica del regime di Gheddafi poi, fino alle attuali rappresentazioni strettamente connesse alle emergenze che fanno capo al terrore, all’immigrazione, alla guerra dentro e fuori l’Islam.
Tra la realtà storica della Libia e la sua rappresentazione offerta nello spazio pubblico italiano vi è una cesura, un discorso che non è ancora superato, perché non si è indagato abbastanza sulle ragioni del non detto, né è emerso il profilo e la morfologia di una realtà sicuramente peculiare, ma non ancora percepita nella sua autenticità. Un’esplorazione che sarebbe quanto mai necessaria per comprendere la proiezione anche identitaria dell’Italia nel tempo nuovo.
Negli ultimi anni ci sono stati numerosi studi sulla Libia, sui fenomeni che hanno interessato i paesi arabo-musulmani: dalle cosiddette primavere alla caduta dei regimi, alle rivoluzioni, al terrorismo fondamentalista, al petrolio, al rapporto tra l’Occidente e l’Islam. Preziosi contributi di esperti, studiosi e giornalisti hanno interessato anche la Libia. Tuttavia, lo spazio pubblico italiano risente ancora di paradigmi viziati che le nuove paure collettive rischiano di amplificare.
La colonizzazione della Libia da parte dell’Italia negli anni 1911-1940 ha lasciato un’eredità di continuo risentimento tra i due popoli. Questa eredità prende forma tra i libici a un diritto alla rivalsa e tra gli italiani a sentimenti di aggressività e senso di colpa. Qualsiasi rapporto futuro tra Italia e Libia comporta il superamento di questa barriera del passato; è inutile nascondere le conseguenze della colonizzazione o eluderle. Bisogna concentrarsi sì, su un rapporto improntato alla cooperazione e allo sviluppo delle relazioni in tutti i campi (economico, politico e culturale) tra i due paesi, ma soprattutto sulla stabilizzazione della Libia, favorendo il principio dell’autodeterminazione che è certamente auspicabile. Tuttavia, bisogna studiare attentamente il periodo coloniale dall’inizio alla fine, analizzando e documentando tutti gli aspetti dell’esperienza italo-libica con la massima precisione e obiettività. Film, monumenti storici, libri, articoli e musei devono essere tutti utilizzati in questo processo per venire a patti con questo periodo storico. I numerosi e interessanti documentari prodotti dall’Istituto Luce, attraverso la programmazione cinematografica di propaganda cittadina e nelle scuole, ricostruiscono la formazione di un immaginario nazionale degli anni Venti e Trenta “addomesticato alla politica del regime” (A. Del Boca, N. Labanca, L’impero africano del fascismo nelle fotografie dell’Istituto Luce, Roma, Editori Riuniti, 2002).
Solo in questo modo possiamo sradicarne gli effetti a lungo termine: un complesso di inferiorità tra i libici e un complesso di colpa tra gli italiani. D’altronde, affrontare questo groviglio storico e di rapporti significherebbe rivedere quelle che sono le carenze strutturali evidenziate nel distinguere il carattere nazionale italiano: la mancanza di un senso di appartenenza nazionale, la mancanza di un senso di responsabilità e la mancanza di una memoria condivisa. Di conseguenza, l’Italia non ha un’immagine collettiva di sé stessa a cui i suoi cittadini possono cercare ispirazione e come modello per il loro comportamento. Pertanto, è sempre in essere la dicotomia tra un’Italia costruita su arte, bellezza e intelligenza, e uno Stato che non riesce a garantire l’uguaglianza dei diritti e doveri dei suoi cittadini e costruire un senso di comunità.
In conclusione, identità nazionale e politica estera sono un nesso indissolubile, così come il rapporto tra identità italiana e colonialismo. Il rapporto tra gli italiani e le relazioni internazionali appare complesso e non privo di difficoltà, per l’emergere di mancate strategie di lungo termine per porre rimedio ad alcune debolezze strutturali che limitano la capacità di proiezione internazionale dell’Italia, risultando un paese che, all’interno, è ripiegato su sé stesso.
Anna Maria di Tolla
Università L’Orientale di Napoli