Sindacato? Presente!

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Nicola Ricci (Foto: Archivio CGIL)

In questi mesi il sindacato ha svolto un ruolo importante, più istituzionale che politico è vero, ma non ci siamo rinchiusi nelle nostre sedi”. A parlare è Nicola Ricci, 56 anni, dal novembre del 2018 segretario generale della CGIL Campania. È a lui che abbiamo chiesto un confronto dopo che sul nostro giornale abbiamo espresso critiche alle organizzazioni sindacali (OO.SS.), che accusiamo di essersi perse in questi mesi drammatici di crisi sanitaria. Con generosità ci ha concesso questa lunga intervista. Dice Ricci: “Certo le organizzazioni sindacali sono in difficoltà e per capire perché basta anche dare uno sguardo ai tanti documenti che abbiamo sottoscritto in Campania: 210mila persone hanno usufruito dei benefici della cassa integrazione in deroga e 400mila sono stati gli assegni emessi per persone che hanno dichiarato che, a causa dell’emergenza, il loro reddito è stato azzerato. La legge prevede che la cassa integrazione necessita di un accordo preventivo con le OO.SS. Stimiamo che il 65% di questa platea di persone non ha un rapporto con il sindacato nonostante che con il loro lavoro realizzano più di un punto percentuale del PIL della regione. Sono dipendenti di aziende con un numero di addetti da 3 a 5, oppure piccoli artigiani, lavoratori con partita IVA o in una delle tante forme di lavoro autonomo. Sono settori dove non dico che è impossibile ma certamente, per le organizzazioni sindacali tradizionali, è davvero difficile intervenire prima che una qualsiasi condizione particolare di crisi ne evidenzi la fragilità”.

Domanda: Perché che per la CGIL e per le organizzazioni tradizioni è difficile intervenire in questi settori?

Risposta: Ci sono motivi che dipendono dalla nostra storia, dalla nostra struttura organizzativa, dalla nostra cultura. Altri invece dalle caratteristiche di questi settori produttivi e dal sistema legislativo ed economico. Noi siamo nati e cresciuti in un mondo caratterizzato dalla fisicità del lavoro, un mondo dove la produzione di beni e servizi era organizzata secondo regole riconosciute e riconoscibili. Luoghi fisici dove il contatto tra le persone era essenziale, dove era possibile costruire rapporti basati sulla reciproca conoscenza, sulla fiducia e affidabilità. Ora tutto questo è cambiato. Chi dirige e organizza il sindacato non è più giovane, sente anche il peso di anni di vertenze, mobilitazioni, scioperi. A me fa molto sorridere, a volte molto arrabbiare, quando si sostiene che a 56 anni si è giovani. È poco realistico. Oggi in CGIL ci stiamo interrogando su come superare una cultura che è diffidente con i più giovani e con le esperienze nate e sviluppatesi fuori dal suo contesto. A volte questo atteggiamento si è trasformato in vero e proprio limite nell’azione e nella lettura degli accadimenti”.

D.: Lei parla anche di una difficoltà non dipendente da voi, ci faccia qualche esempio.

R.: Come dicevo prima, in Campania, i 600mila e più lavoratori che hanno chiesto sussidi in questa fase di emergenza lavorano in settori dove la concorrenza è spietata e i margini di redditività sono molto bassi. Molti sono imprenditori-lavoratori, piccoli artigiani nei più diversi settori e l’evasione contributiva e fiscale è la regola. Va perseguita l’emersione legale ed economica di queste attività e occorre intervenire, per esempio, sul costo del lavoro dove grava una percentuale che va dal 50 al 60% tra tasse e contributi previdenziali.

D.: Questo sul piano economico, lei faceva riferimento anche a ostacoli sul piano giuridico formale.

R.: Al CNEL, che ha il compito istituzionale di raccogliere tutti i contratti collettivi di lavoro, sono depositati 900 contratti e di questi solo 350 sono stati sottoscritti da CGIL CISL e UIL, il resto sono firmati da micro organizzazioni sindacali magari costruite ad hoc solo per la stipula. È la conseguenza dell’assenza nel nostro ordinamento di una legge sulla rappresentanza sindacale. Da anni la CGIL si batte per ottenerla.

D.: Ma è un serpente che si morde la coda. Questo secondo lei giustifica l’assenza delle OO.SS. in questa fase?

R.: Attenzione io non ho detto che siamo stati assenti. Noi ci siamo. E per dare maggiore visibilità alla nostra azione/proposta stiamo intervenendo sul mondo della comunicazione. Collettiva, organo della CGIL, ora è più di una sperimentazione. E poi il sindacato c’è e come. Ci siamo nei rinnovi contrattuali, ci siamo nelle situazioni di emergenza. La nostra presenza è risultata determinante in molti casi per evitare che si arrivasse a una degenerazione violenta in molti conflitti piccoli e grandi. Siamo autorevoli, riconosciuti dalle autorità e dalle persone. Però poi scompariamo nei racconti dell’informazione. A Mondragone c’eravamo, così come in Regione per affrontare e risolvere tanti problemi.

D.: Questo però continua ad allontanarvi dalle persone, dai lavoratori. Meno tessere e meno risorse.

R.: Certo ci allontana dai più giovani, da chi vive una condizione di permanente precarietà ma anche dai lavoratori in settori strutturati perché alla fine quel che conta non è più aver stipulato un contratto di lavoro, un accordo importante ma come riesci a comunicarlo, se riesci a essere immediato e diretto. Non si tratta però di una carenza come dire organizzativa, in parte anche questo e ci vorrebbero risorse da investire in questo settore e in tempo di crisi … È anche un problema culturale, lo ripeto. Questa volta in senso positivo. La CGIL non vive di semplificazioni ma conosce ed esplora, affronta le questioni su un piano generale il che significa cercare di affrontare i problemi strutturali. Su questo piano abbiamo avversari che preferiscono opporsi ai modelli di sviluppo e di Paese che vogliamo.

D.: Si riferisce a qualcuno in particolare?

R.: A tanti in verità. Ormai chi governa le istituzioni è stato attaccato dal morbo del protagonismo. Sarà anche colpa del sistema elettorale, ma anche in Regione Campania, dove il confronto nel merito non sempre è stato facile e costruttivo, anche quando il lavoro comune ha portato a condividere scelte, De Luca ha preferito oscurare il contributo generoso di tante organizzazioni e istituzioni, compreso il nostro, e ha preferito appuntarsi al petto tutte le medaglie. Così non si va lontano. Dopo l’intenso confronto istituzionale in piena emergenza Covid con questa giunta regionale non ci si “incontra” oramai dal 12 maggio.

D.: È quello che lei ripete da tempo e cioè che in Campania non si riesce a fare squadra per affrontare e risolvere problemi nell’interesse del territorio?

R.: Si è proprio così. Questa crisi ha indubbiamente messo in evidenza quanto sia urgente affrontare questioni mai risolte soprattutto nel Mezzogiorno e in Campania. Ha però reso disponibili nuove risorse. Il ministro Provenzano aveva presentato poche settimane prima della chiusura del Paese un suo piano articolato di investimenti nel Mezzogiorno. Oggi le risorse sono aumentate. Ancora di più sarebbe necessario costruire un fronte comune in Campania per riuscire ad utilizzare al meglio tutte le risorse rese disponibili. È assurdo che si continui a non essere attrezzati per spendere ciò che già è stato finanziato e ancor peggio temiamo per il futuro. Non dimentichiamoci tutte le incertezze che ancora pesano sul futuro industriale dello stabilimento Whirlpool di Napoli, la Jabil di Caserta, le tante altre crisi della Regione, i lavoratori dell’indotto. La Campania ha necessità di investimenti per attrarre iniziative produttive e rafforzare quelle già presenti. Esistono anche gli strumenti legislativi come la Zone Economiche Speciali, ma si continuano ad accumulare ritardi nella progettazione e programmazione degli interventi.

D.: A proposito di attrattività territoriale, in questi mesi le pubbliche amministrazioni, strutture periferiche dei Ministeri, i Comuni, la Regione, così come l’INPS, le Agenzie Fiscali, per non parlare della Scuola e della Sanità, sono state messe sotto stress. È aumentata la richiesta di servizi e al tempo stesso tutte hanno dovuto sperimentare una nuova organizzazione del lavoro attraverso il lavoro agile. Secondo lei hanno retto all’urto?

R.: Anche per le Pubbliche Amministrazioni vale quanto abbiamo detto per altri settori: la crisi sanitaria non ha fatto altro che evidenziarne pregi e difetti. In Italia e in Campania, come la CGIL denuncia da tempo, la P.A. è stata ridotta all’osso dal punto di vista delle persone impiegate. La novità di questi mesi è che nel Paese è cresciuta la domanda di servizi richiesti alle Amministrazioni pubbliche. Una richiesta non più solo quantitativa ma qualitativa. Di questo, anche se con ritardo, ne sono ormai consapevoli anche i lavoratori e le Organizzazioni Sindacali. Ciò significa ripensare completamente anche al nostro approccio al lavoro pubblico. Nello sviluppo economico sociale e culturale pesa molto la qualità delle pubbliche amministrazioni. In Campania siamo al limite. Il personale è anziano e demotivato. Le conoscenze tecnico professionali non adeguatamente aggiornate in particolare nell’utilizzo di tecnologie digitali. Per troppo tempo le assunzioni nella PA sono stata l’unica possibilità per uscire da situazioni di precariato. Ci sono stati tanti momenti in cui si sono assunte persone come oggi si eroga il reddito di cittadinanza. Questo ha determinato situazioni paradossali. Per decenni il Comune di Napoli è stata la più grande azienda nel Mezzogiorno per numero di addetti. Ora non è più possibile ragionare così sia perché le risorse sono diminuite, sia perché oggi, più di prima, una Pubblica amministrazione moderna ed efficiente è una delle precondizioni necessarie per sperare nello sviluppo di un territorio. In Campania continuiamo ad accumulare ritardi e gli esempi potrebbero essere tanti. Occorre in Campania un grande piano di assunzioni nel pubblico e nel privato.

D.: Sono provocatorio, ma il sindacato è cresciuto nelle pubbliche amministrazioni non sempre rappresentando la qualità, il lavoro qualificato, gli alti profili, anzi forse è stato un ostacolo nella valorizzazione di professionalità.

R.: In parte questo è vero ma è storia ormai passata non foss’altro per il fatto che il percorso lavorativo della maggior parte dei dipendenti pubblici si sta concludendo, per raggiunti limiti di età o di contribuzione, un processo accelerato anche da quota 100. È pur vero che, in generale, negli ultimi anni l’ostacolo maggiore che come OO.SS. abbiamo incontrato nelle Pubbliche Amministrazioni è stata la mancata interlocuzione con gli apparati direttivi e dirigenti, con la fascia alta della popolazione lavorativa, non sempre adeguata alle sfide che le nuove situazioni impongono. Oggi come sindacato dobbiamo rivedere il nostro modo di rapportarci al lavoro pubblico perché abbiamo la pretesa di rappresentare i lavoratori tutti anche quelli che hanno il diritto di usufruire dei servizi pubblici che devono essere di qualità.

D.: Il Governo in carica si vanta di essere aperto alle proposte, al confronto con tutte le parti sociali. Come CGIL avete accettato la sfida?

R.: Certo. Ai tanti punti proposti dal Governo usciti anche dalla super conferenza di villa Pamphili, noi risponderemo con un documento centrato su alcuni punti essenziali.

D.: Qualche anticipazione?

R.: Il ruolo centrale dello Stato, proteggere e qualificare il lavoro, nuove politiche sociali e nuova sanità, la riforma del sistema fiscale. Aziende e Governo, poi, ci dicono che non ci sono risorse per il rinnovo dei contratti di lavoro. Non ci sono risorse per aumenti contrattuali. I tempi sono maturi per aprire un confronto reale per la diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Non è una richiesta ideologica, al contrario. Anche in questi mesi drammatici è emersa l’esigenza di conciliare i tempi di vita con i tempi di lavoro. È impensabile ritornare ai ritmi pre-pandemia, con mezzi pubblici affollati nelle ore di punta, traffico infernale e tanto altro. Una riduzione di orario di lavoro a parità di salario e una diversa organizzazione dello stesso vale molto più dei 20 euro di aumento contrattuale che datori di lavoro pubblici e privati sono disponibili a sottoscrivere.

D.: Torniamo alla sua esperienza di Segretario Generale della CGIL in Campania. C’è qualcosa di cui va particolarmente fiero di questi suoi mesi alla guida della CGIL?

R.: Si, il fatto che dopo anni le nostre sedi siano nuovamente frequentate da Lega Ambiente, da Libera e, nonostante non riusciamo sempre a dare risposte, da molte associazioni e da personalità come Alex Zanotelli che consideriamo interlocutori importanti. Ecco quello di cui sono orgoglioso, aver spolverato lo storico percorso della CGIL che ha scritto tante pagine importanti nella storia del nostro Paese.

D.: La ringraziamo per essere stato disponibile a questo confronto. Vorremmo però farle una domanda poco politica: in tanti si sono esercitati a definire il periodo che stiamo vivendo come un periodo di svolta epocale. Lei si iscrive nella schiera degli ottimisti o dei pessimisti?

R.: Sono categorie che non mi appartengono e che non possono appartenere a un dirigente sindacale. Noi ci siamo, siamo al fronte dove si combatte una battaglia quotidiana e dove però bisogna, dalla condizione privilegiata con cui si guardano gli avvenimenti, avere uno sguardo proiettato al futuro. Che dire se non che ci guida “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”.

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