Un rilancio verso la crescita?

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Man mano che ci inoltriamo nella “fase 2” della pandemia non possiamo non interrogarci sugli effetti concreti prodotti dall’insieme dei provvedimenti adottati dal governo Conte. Nell’ultimo in ordine di tempo, il decreto “Rilancio” (Decreto legge 19 maggio 2020, n. 34, recante “Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”), tra le sue centinaia di pagine i comuni cittadini non troveranno regole semplici da applicare, ma una serie di commi e codicilli di difficile comprensione senza l’assistenza di avvocati, commercialisti o consulenti del lavoro, a loro volta bisognevoli di indispensabili circolari applicative o esplicative. Comunque, dei risvolti potenzialmente pericolosi della comunicazione adoperata dalle istituzioni abbiamo discusso altrove.

Abbiamo già espresso una prima valutazione su questo provvedimento varato dal Governo: si è trattato del “naturale” sviluppo del percorso avviato con i precedenti decreti “Cura Italia” e “Liquidità” e rappresenta il tentativo di ristorare, anche se in parte, imprese e famiglie per le perdite di ricavi e redditi registrati in questi mesi di pandemia. Quindi, è stato un atto necessario, anche se tardivo, caratterizzato da non pochi “interventi a pioggia” frammisti ad altri i cui effetti saranno meglio valutabili nel medio periodo.

Resta il fatto che i provvedimenti adottati si configurano come misure circoscritte nel tempo, rientranti in una gestione dell’emergenza nell’ambito di un quadro democratico costituzionale. L’attuazione del lockdown con le connesse restrizioni di libertà personali è stata giustificata dalla gravità del momento e i risultati ottenuti, al netto dell’insulsaggine di frange di cittadini privi di ogni senso civico, sono stati decisamente migliori di quelli registrati in nazioni con governi illiberali, che sono notoriamente “avvantaggiati” nell’uso dei poteri di emergenza rispetto agli stati democratici e ancor più di quelli mancanti di un welfare sanitario.

Non occorre essere un fan di Giuseppe Conte per riconoscere che, comunque, al di là delle insufficienze, dei ritardi e degli errori addebitabili alle sue responsabilità di governo, è stato un bene non essersi ritrovati, in una situazione drammatica come quella attuale, con un “timoniere” attento solo a soddisfare interessi di parte, con scarsa sensibilità verso la salute dell’intera collettività.

La pandemia ha fatto emergere, in tutta la sua gravità, i disastri prodotti dalle politiche economiche in parte adottate già prima della crisi del 2007-2008: il compimento dello smantellamento del sistema di welfare, gli insuccessi delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni degli anni scorsi e il fallimento delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro. La costante, caparbia riduzione, anno dopo anno, dei finanziamenti alla sanità pubblica, alla scuola, all’università, all’amministrazione della giustizia, al governo del territorio è stata una costante della strategia dell’austerità e delle riforme strutturali degli anni scorsi, che, di fatto, ha bloccato la crescita del Paese e non ha avuto nemmeno successo nel risanare i conti pubblici. E allora? Occorre ripartire proprio dagli investimenti pubblici nella sanità, nella scuola, nella ricerca, nella manutenzione del territorio e nell’ambiente, che svolgono un’elevata funzione moltiplicatrice, quindi impattano positivamente sulla crescita e sull’occupazione; senza una stagione di investimenti pubblici la crescita non ripartirà. E l’alternativa non potrà che essere il dover scegliere tra nuove politiche di austerità e l’Italexit tanto cara ai sovranisti.

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