Diario di un “segregato”: 10 maggio 2020

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La capacità delle donne di nascondere le proprie emozioni non conosce limiti. E non potrebbe essere diversamente visto che sin dalla notte dei tempi hanno dovuto cercare di sottrarsi alle angherie loro inflitte dall’altro sesso e mostrarsi distaccate è uno dei modi più efficaci. L’imperscrutabilità delle donne suscita invidia nei maschi. Ad un tavolo da poker le donne blufferebbero alla grande e con successo; la loro innata saggezza le induce tuttavia ad astenersene mettendole al riparo da sempre possibili fiaschi: la letteratura ma anche la realtà pullulano infatti di uomini che si sono giocati un patrimonio e non di nobildonne cadute in miseria a causa del gioco d’azzardo.

Ma l’impassibilità delle donne si manifesta anche nei giochi di società più innocenti come il burraco o, in passato, la canasta e il ramino: capaci di calare la carta che chiude la partita in loro favore mentre sembrano impegnate in un fugace pettegolezzo con la vicina di tavolo.

Tuttavia l’arte della simulazione della donna si esprime al meglio quando porta a tavola una pietanza che lei sa non essere riuscita bene (il solito, inaffidabile forno). Mai sospetteresti dalla sua espressione soddisfatta che quella pietanza nasconde un difetto. Se non te ne accorgi, infierirà dicendo: “Hai visto com’è buona?” Se invece te ne accorgi ma non vuoi contraddirla, tenti di dissimulare la tua delusione tacendo. Ma lei proprio dal tuo silenzio capirà che te ne sei accorto. Per cui la strada più pacifica è quella di farle notare che sì, c’è un piccolo difetto però molto ma molto marginale. L’errore più grave è quello di farle i complimenti, mentendo spudoratamente, e finire la pietanza fino all’ultimo boccone: ti toccherà fare il bis e farai anche la figura dell’idiota, perché lei vede, o meglio “sente”, tutto.

Detto questo avrete capito che in casa mia si mangia sempre bene altrimenti nascono dei problemi. Tra un sufflè perfetto ed un’incredibilmente equilibrata “quiche” frutto della sperimentazione culinaria di mia moglie, ci giungono notizie di ben altre e più vitali sperimentazioni. Quasi ogni giorno ci spiegano a che punto sono giunti gli svariati studi sul vaccino anti Covid-19 e ci relazionano sullo stato di avanzamento dei risultati ottenuti dall’utilizzo dei vari farmaci: idrossiclorochina, remdesivir, eparina. Risultati sin qui confortanti ma, pare, non risolutivi.

La notizia che però mi ha più entusiasmato è la scoperta degli effetti curativi che può avere il resveratrolo. Ora, il resveratrolo è il polifenolo che preferisco. Con lui ci frequentiamo da anni per il tramite del suo ospite, il vino rosso che a sua volta è mio ospite fisso. Qualche volta alla mia tavola è ammesso anche il bianco, ma solo per motivi di abbinamento perché, quanto a resveratrolo, non può competere. Sulle qualità terapeutiche del resveratrolo c’erano numerose certezze: antiossidante, antinfiammatorio e forse anche antitumorale, combatte soprattutto le malattie coronariche. Ed è soprattutto per quest’ultima attitudine che ne consumo costantemente (fin da ragazzo: si vede che mio padre buonanima temeva per le nostre coronarie, le sue e le mie). L’idea che le ultime ricerche possano certificare definitivamente la valenza farmaceutica del vino mi esalta ed accende la mia più fervida fantasia. Penso al momento in cui sarà il mio medico a farmi la ricetta per due bottiglie di Falerno, che potrò ritirare presso la mia enoteca di fiducia pagando, si intende, il ticket dovuto. E se il Falerno manca, il commesso mi proporrà un vino equivalente, per esempio un Piedirosso che contiene l’identica dose del principio attivo, il resveratrolo, e non c’è da pagare nessun ticket. Che bello.

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